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Tra i primi a rivendicarla furono gli Amish: l'istruzione in casa, fino ai gradi scolastici superiori, è da sempre considerata un diritto inalienabile dai membri di questa comunità religiosa americana che vive seguendo strettamente i dettami della propria tradizione. Per questo la vittoria nella causa Wisconsin V. Yoder, del 1972, quando la Corte Suprema diede ragione ad una comunità Amish che si rifiutava di mandare forzatamente i propri ragazzi ad una scuola pubblica, è considerata una pietra miliare nel cammino verso la libertà di educare i figli in famiglia. Una libertà che oggi in America è perseguita da un numero crescente di genitori: secondo alcune stime, negli Stati Uniti i bambini educati in casa sono passati dai circa 50.000 della metà degli anni Ottanta, agli oltre un milione attuali (secondo altri sarebbero addirittura 1,8 milioni). Non più del 3% di tutti i ragazzi in età scolare, ma comunque una fetta considerevole, e in forte crescita. Basti pensare che l'home schooling costituisce la forma di educazione privata più diffusa negli Stati Uniti, dopo quella impartita negli istituti cattolici. Un movimento che rivendicava l'insegnamento a domicilio era nato già alla fine degli anni Sessanta, ed era sostenuto, oltre che da alcune famiglie protestanti conservatrici, da quei genitori che si rifacevano alle teorie di scrittori e pedagogisti, quali John Holt, che propugnavano l'insegnamento in funzione degli interessi dei bambini. A quei tempi, e ancora per molti anni, l'istruzione in casa era però di solito clandestina, poiché non legalmente riconosciuta. Per spingere i parlamentari a legiferare sull'argomento e per difendere in tribunale le famiglie interessate nacque nell'83 l'Associazione per la difesa della scuola a domicilio, che cominciò presto ad ottenere i primi successi. Oggi l'insegnamento in casa è ufficialmente autorizzato in tutto il Paese, anche se è regolamentato diversamente in ogni Stato: di solito le leggi fissano il numero annuale dei giorni di studio, oltre che i contenuti pedagogici essenziali, e ai genitori-maestri non è richiesto un diploma di abilitazione all'insegnamento, ma la rigidità del controllo statale sui risultati dell'home schooling varia da Stato a Stato. A tal proposito, i pochi studi realizzati negli Usa rivelano che i bambini istruiti in famiglia otterrebbero, al momento delle valutazioni, risultati superiori alla media. Sono quasi sempre di ordine religioso i motivi principali che spingono i genitori (soprattutto protestanti, ma anche cattolici, ebrei e musulmani) a optare per la scuola in casa. Seguono la sfiducia nelle scuole di quartiere, la preferenza per l'educazione individualizzata, il desiderio di rafforzare i legami familiari, l'apprensione circa l'influenza negativa dei compagni di classe e il timore della violenza negli istituti pubblici. Motivazioni più o meno comuni ai genitori della Gran Bretagna, il Paese europeo in cui l'istruzione a domicilio riscuote maggior successo: 10.000 i bambini interessati. Scarsi i dati che riguardano il resto del Vecchio Continente, dove le legislazioni nazionali, molto eterogenee da uno Stato all'altro, sono però accomunate da un atteggiamento ostile dei legislatori nei confronti dell'istruzione in famiglia. Un'opzione che invece sembrerebbe interessare sempre più mamme e papà europei: associazioni di numerosi Paesi dichiarano di ricevere un numero crescente di petizioni da parte di genitori in cerca di un'alternativa al sistema educativo ufficiale. |
| Chiara Zappa |
Nomadelfia, pedagogia che insegna la vita
Chiara Zappa
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Oltre ad essere una mamma, Maria Giovanna è la responsabile della scuola familiare di Nomadelfia. Nella comunità fondata da don Zeno Saltini e adagiata tra le colline del grossetano l'educazione scolastica - obbligatoria fino ai 18 anni già dal 1969 - è sempre stata gestita direttamente dai genitori. Qui mamme e papà sono gli unici insegnanti fino alla scuola dell'obbligo, mentre per il grado superiore ci si affida anche all'aiuto di alcuni professionisti che vengono dall'esterno. Sono circa 130, al momento, i ragazzi che frequentano la scuola familiare a Nomadelfia. «Si comincia dalla prescuola - spiega Maria Giovanna - quando i bambini hanno tre anni, e si arriva fino alle superiori: ogni anno facciamo partire un paio di indirizzi, secondo le richieste dei ragazzi. La Costituzione italiana prevede per i genitori la libertà di provvedere autonomamente all'istruzione dei figli: noi ci siamo assunti questo onere, nonostante sia molto pesante, perché non volevamo affidare allo Stato l'educazione dei nostri bambini. Crediamo infatti che lo Stato debba garantire i mezzi affinché tutti i ragazzi possano accedere all'istruzione, ma che non sia direttamente responsabile della loro educazione». La scuola di Nomadelfia, quindi, è autorizzata dallo Stato stesso - che funge da supervisore, poiché tutti gli alunni si sottopongono ai regolari esami alla fine di ogni ciclo - ma per essa non è mai stato chiesto il riconoscimento giuridico, né la parità economica. La scelta di Nomadelfia è strettamente collegata a una visione della vita. «Per noi la scuola non è solo istruzione, ma educazione globale, che deve trasmettere una serie di valori per noi fondamentali, e che derivano dai principi cristiani che improntano la nostra convivenza. Al primo posto sta il valore intrinseco dell'essere umano, in quanto Spirito incarnato destinato alla vita eterna, poi vengono la solidarietà, l'accettazione della diversità, lo studio visto non come mezzo per fare carriera ma come strumento per migliorare la vita propria e quella degli altri». Un principio fondamentale è che «tutta la vita è scuola», e che l'istruzione parte dalla quotidianità concreta, per questo a Nomadelfia non si sta in aula tutto il giorno: le lezioni includono la partecipazione alla vita della comunità (e così i ragazzi possono andare nei campi e incontrare gli agricoltori, o visitare la falegnameria...) e la conoscenza della società in generale, ecco perché si va a visitare Montecitorio, o si organizzano viaggi e soggiorni in Italia e all'estero. Attività che potrebbero sembrare anche espedienti per ovviare al rischio di isolamento rispetto al resto della società. Ma questo rischio non preoccupa la comunità: «Il confronto con l'esterno esiste, anche nella dimensione dell'accoglienza, che qui è routine. Spesso, quando abbiamo ospiti, cogliamo l'occasione per invitarli a portare la loro testimonianza agli alunni della scuola». La vocazione all'accoglienza ha sempre portato i genitori a prendersi cura, come se fossero figli propri, di bambini e giovani abbandonati, orfani o reduci da esperienze familiari disastrate. «L'apertura agli altri è un valore a cui i bambini qui sono abituati fin da piccolissimi». |
| Chiara Zappa |
Vico: «Ma il nostro sistema educa alla convivenza»
(Ch. Z.)
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«La scuola in casa non è la strada giusta». Ne è convinto Giuseppe Vico, preside della Facoltà di Scienze dell'educazione presso l'Università Cattolica di Milano. Professor Vico, in America un numero crescente di bambini viene educato in casa, e la tendenza sembra diffondersi all'Europa. Che cosa significa? «L'America sta pagando lo scotto di un'educazione che perseguiva il nozionismo, l'efficientismo... non mi stupisce che oggi debba farsi un esame di coscienza e riprendere in mano il proprio sistema educativo. In Europa, e in Italia, la situazione è molto diversa. Nonostante ciò, evidentemente esiste una fetta di popolazione che è insoddisfatta della scuola, perché sembra che tale istituzione non funzioni, o non corrisponda alle aspettative dei genitori. In linea di principio, però, sarebbe illogico che la maggioranza dei genitori decidesse di provvedere autonomamente all'istruzione dei figli». Quali sono gli obiettivi educativi che a suo parere non possono essere perseguiti in famiglia? «L'educazione alla convivenza in un contesto pluralista, in tutti i sensi. Si pensa fondamentalmente a una scuola che fornisca istruzione, ma è una visione riduttiva: la persona nasce per vivere con gli altri, perciò la scuola deve essere ambiente di conoscenza del diverso, di interazione tra gruppi eterogenei e ceti sociali». Chi difende la scuola familiare sostiene che in casa è più facile seguire i ritmi di apprendimento della persona. «È un'affermazione teorica. Il punto è che la scuola, per vocazione, dovrebbe avere le competenze pedagogiche e didattiche per seguire in modo adeguato lo sviluppo di ogni individuo. Competenze che i genitori invece potrebbero non possedere, proprio perché parliamo di due ambiti distinti: la famiglia è chiamata ad insegnare ai figli il buon senso, le "buone maniere", uno stile di vita in cui crede, mentre la scuola deve garantire ai ragazzi un'istruzione adeguata, in un ambiente educativo di apprendimento. Educativo, cioè attento alle esigenze affettive, spirituali, creative dei ragazzi, e aperto alle dimensioni di senso. Se questi due campi si integrano, allora raggiungiamo una crescita, un'evoluzione del sistema educativo». In Francia una legge del '98 contro le sette impose molte restrizioni all'istruzione familiare: crede che la scuola in casa possa essere terreno fertile per il fanatismo? «Credo che il problema esista, ma non sia certo la regola. Il punto è che quella che vuole evitare ogni confronto è una religione malintesa: la religione è apertura, esperienza trasversale. E comunque il tentativo di non confrontarsi con l'esterno, a lunga scadenza, è destinato a fallire». Promuoverebbe la nostra scuola? «Penso che le polemiche create attorno a questa istituzione siano troppo spesso artefatte. È vero, esistono dei problemi da risolvere, e riguardano essenzialmente la centralità dell'alunno e la dignità (anche economica) della scuola e dei docenti. Ma il sistema scolastico oggi ha delle valenze positive: è "sano", e ha una notevole tradizione pedagogica-educativa». |
| (Ch. Z.)
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Sull'insegnamento crístiano
1979
La
Carta per l'insegnamento qui riportata proviene dall'Associazione dei genitori
cristiani dei cantone di Vaud (AVPC), in Svizzera, il cui scopo è quello «di
promuovere l'educazione dei giovani secondo le norme stabilito dalla legge di
Dio». Essa fu molto attiva ed efficace su numerosi temi dibattuti in campo
scolastico non solo in ambito svizzero, ma anche in altri paesi. Essa è qui
presa ad esempio della rinnovata sensibilità evangelica nei confronti
dell'insegnamento scolastico che si ritrova in molte altre associazioni
evangeliche esistenti in vario parti dei mondo (Christian Education Association,
ecc.). Basti qui pensare al movimento delle scuole private e confessionali negli
USA e a tante altre esperienze simili in varie parti dei mondo.
BIBLIOGRAFIA
Il
testo è stato diffuso nelle numerose pubblicazioni dell'Association voudoise de
parente chrétiens, AVPC, Lausanne 1979.
1.
Riteniamo che il vero scopo dell'insegnamento, nella sua globalità, sia far sì
che i ragazzi imparino a conoscere Dio, a glorificarlo e a rendergli il culto e
l'onore che gli sono dovuti.
2.
Poiché l'universo, con tutto ciò
che contiene, è opera del Creatore, ogni vera conoscenza deve fondarsi sulla
rivelazione di Dio, nel rispetto dell'ordine stabile che è proprio alla realtà
creata.
3.
Da ciò si deduce che non è possibile separare l'acquisizione delle conoscenze
dalla formazione morale e spirituale della gioventù, è anzi pericoloso
ignorare questa connessione.
4.
La responsabilità dell'educazione dei ragazzi compete in primo luogo ai
genitori. Alle istituzioni scolastiche essa compete solo per delega. I diritti e
gli obblighi dei genitori nei confronti dei figli sono prioritari rispetto a
quelli dello Stato.
5.
ogni vero insegnamento deve necessariamente basarsi su una gerarchia, nel cui ambito all'insegnante spetti
impartire delle conoscenze e agli allievi riceverle.
Ne
consegue che l'insegnante deve disporre di un'autorità nei confronti degli
allievi. In tal modo egli potrà comunicare a coloro che sono posti sotto la sua
autorità delle conoscenze di cui questi ultimi non erano precedentemente in
possesso.
Perché
l'insegnamento sia efficace è necessaria l'osservanza di una disciplina ben
precisa.
6.
Ogni prospettiva educativa volta ad innovare facendo tabula rasa del passato -
sia che si tratti dell'insegnamento delle scienze esatte, della storia o delle
lingue - è controproducente ai fini di una vera educazione della gioventù.
Senza
dubbio la trasmissione delle conoscenze, preziosa eredità dei nostri
predecessori, deve venire costantemente rettificata in base alle esigenze della
verità e del rispetto della realtà. Il voler abolire radicalmente le
acquisizioni spirituali, morali e intellettuali delle generazioni passate non può
tuttavia che portare ad una conoscenza distorta della realtà e ad uno
sradicamento della personalità. Senza tradizione non c'è avvenire.
7.
L'insegnamento deve venire impartito nel rispetto delle caratteristiche naturali
e dello sviluppo morale e intellettuale specifico di chi lo riceve.
I
ragazzi e le ragazze devono ricevere un insegnamento parzialmente differenziato,
rispettoso della natura degli uni e delle altre. L'insegnamento deve svilupparsi
in base a criteri differenziati che tengano conto di volta in volta dell'età,
delle capacità, dei ritmi di assimilazione dei ragazzi. E’ ad esempio,
aberrante voler iniziare dei bambini piccoli a forme di ragionamento astratto,
accessibile solo a delle intelligenze già formate o voler imporre
indiscriminatamente a tutti una formazione che tenga esclusivamente conto degli
aspetti speculativi.
L'insegnamento
deve costituire una preparazione all'inserimento pratico dei giovani nella vita.
8.
E’ indispensabile pianificare l’insegnamento di tutte le materie facenti
parte del corso di studi in base a criteri rientranti in una concezione globale
che si proponga delle finalità veramente cristiane e che sia rispettosa della
realtà.
E’
anche indispensabile far sì che la visione cristiana dell’insegnamento
definita in questi punti possa ritornare ad ispirare l’istruzione
pubblica.
Tratto
da “DICHIARAZIONI EVANGELICHE” il movimento evangelicale 1966 - 1996 a cura
di Pietro Bolognesi
Edizioni Dehoniana Bologna capitolo 13, pag 146/147
Per ulteriori informazioni, contattare:
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Fax: 02
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